Prima del Clipper

L'inverno, l'isolamento.

Brevemente, partendo dall'inizio del secolo e stando così semplicemente ai racconti dei nonni, in paese c'erano circa 4.000 persone. Non c'erano mezzi. I capracottesi tutti dediti alla pastorizia ed all'agricoltura, alla forestazione ed all'artigianato, vivevano dei propri prodotti. Facevano le provviste per superare l'inverno, non avevano tanta necessità di viaggiare, aspettavano il tempo bello per mettersi in moto e aprire le strade con i propri mezzi: le braccia.

Accettavano tacitamente l'isolamento, ma intimamente lo vivevano con incubo. Necessità proprie, impellenti, per viaggiare, la maggioranza dei cittadini, non ne avevano. La preoccupazione era (ed in parte lo è ancora adesso, soprattutto per gli anziani) un eventuale urgente trasporto in ospedale durante la bufera. Capracotta inoltre cominciava ad essere meta di villeggiatura non solo estiva, ma anche invernale. Napoletani e romani raggiungevano Capracotta per esercitarsi nello sci. Lo Sci Club Capracotta, fondato nel 1914, svolgeva una intensa attività agonistica e movimentava fortemente l'attività turistica. Non si poteva rimanere isolati troppo a lungo.

Lo sgombero della neve.

Il problema della rimozione della neve dalle strade con mezzi meccanici, non solo con le braccia, diventava sempre più pressante. Bisognava affrontarlo.

Raccontano i vecchi che, un primo esperimento di un mezzo sgombraneve fu fatto nel 1928-29, su idea di un dirigente dello Sci Club, il quale fece costruire un vomere di legno trainato da buoi. L'esperimento funzionò con il tempo bello e con innevamento minimo. La prima volta che i buoi si trovarono nella bufera il conducente fu costretto a sganciare l'attrezzo là dove si trovava, tornare indietro, mettere i buoi in stalla e lui a rifugiarsi in casa. Il generoso tentativo si esaurì così velocemente.

Nel 1934-35 il Comune comperò un trattore cingolato, attrezzato con una lama spingineve e con una piccola cabina di protezione per il conducente. Relativamente alle esigenze dei tempi il mezzo risultò adeguato. Questo mezzo funzionò fino a quando i Tedeschi, in ritirata, lo distrussero contemporaneamente al saccheggio delle abitazioni. Il paese infatti fu distrutto all'80%, le case bruciate o minate.

Gli uomini dovettero tornare a sgomberare le strade dalla neve con le proprie braccia. Raccontano che ne uscivano da 200 a 300 per giorno, pagati dal Comune. A volte impiegavano diversi giorni per ripristinare l'accesso al paese. Non era escluso che dopo aver aperto un pezzo di strada, ricominciava a nevicare, e si tornava al punto di partenza. Immaginate la fatica e la sofferenza, al freddo, con l'abbigliamento di quei tempi!

In questi anni (dal 1945 al 1950) l'isolamento del paese era frequente. Le nevicate erano particolarmente abbondanti, e gli inverni sembrarono sempre più lunghi. Per far fronte a necessità di viveri e medicinali fu chiesto l'intervento di aerei militari con lanci di paracadute. L'arrivo degli aerei era fortemente atteso da tutti. Per noi bambini avevano un fascino particolare. Eravamo tutti col naso al cielo. Contare i paracadute, seguirne il volo e raggiungere i sacchi atterrati, questa una festa.

Lo spazzaneve una necessità.

Un mezzo sgombraneve efficiente e al passo coi tempi era necessario. Dagli atti del Comune risale al 10 marzo 1949 una prima richiesta di preventivo e catalogo di sgombraneve ad una ditta di Milano. Seguono richieste ad altre ditte, diverse, in Italia ed anche in Svizzera. Vi sono, agli atti del Comune, diversi cataloghi con illustrazioni e caratteristiche tecniche dei mezzi offerti. Acquisti non ne furono decisi. Le ragioni, ipotizzo, erano due: la prima che gli amministratori, forse, non erano convinti della consistenza e delle prestazioni di quei mezzi, relativamente alle necessità del luogo; la seconda la carenza di fondi.