"Il territorio di Capracotta" di Luigi Campanelli - Presentazione del prof. Raffaele Colapietra

PRESENTAZIONE DELLA RISTAMPA

A dieci anni esatti dall'intenso convegno che ci vide raccolti intorno alla splendida documentazione seicettecentesca messa insieme da Nicola Mosca in quello che modestamente viene definito semplice libro di memorie, si torna al "classico" Luigi Campanelli che nel novembre 1929 settantacinquenne come me che vado compilando queste sparse osservazioni, dava l'ultima mano alla riproposizione di un suo vecchio lavoro di un trentennio addietro opportunamente rivisto da capo a fondo specie nella sua sezione più antica, e due anni più tardi lo affidava alla stampa per prestigiosi tipi fiorentini che gli rammentavano forse il giovanile soggiorno studentesco all'u­niversità di Siena.

Campanelli unisce, come spesso in lui, l'arguta bonomia alla modestia con l'etichettare le sue pagine quali "spigolature disposte cronologicamente" in realtà un lavoro di storia lo­cale ammirevole per larghezza d'indagine e semplicità di dettato, un "classico", ripetiamo, di cui non si può far a meno, ed al quale si ritorna sempre volentieri.

Certo, Campanelli tra le sue distrazioni e le sue ubbie, tra le prime l'aver scambiato Bastiat con Proudhon quale autore improbabilissimo del motto sulla proprietà come furto e Ce­lestino come fratello anziché zio di Ferdinando Galiani, ma si tratta davvero di mende trascurabili in sommo grado rispetto alla sicurezza di scelta e di giudizio con cui, ad esempio, tanto per cominciare ad apertura di libro la nostra carrel­lata, apprezza la monografia regionale molisana 1924 di Amorosa nell'ambito della programmata rivisitazione non soltanto pedagogica che Lombardo Radice aveva sottoposto a Gentile Ministro, ed ottenuto da lui, o si rifà all'indispensabile monografia di Faraglia per orientarsi nel mare magnum dell'archivio foggiano della dogana della mena delle pecore di Puglia.

Anzi a quest'ultimo proposito, ed in chiaroscuro con recenti tendenze che mirano a totalizzare sotto una luce più o meno antropologica ed esistenziale che rende nere tutte le vacche, è da notare come il Nostro si guardi bene dall'identificare tourt court con la transumanza la vita sociale ed economica di Capracotta, ne faccia una componente importante ma tutt'altro che unica, e ciò a prescindere anche dalle notizie che sa­rebbero potuto venire fuori dal sempre informatissimo Nicola Mosca per un'epoca di boom come il primo Settecento.

Fedele alla dottrina di Gregorovius e alla saggezza di Muratori e Manzoni quanto alle ombre e luci dell'alto medio evo, a cominciare da quello che a lungo aveva pesato come equivoco longobardo (e che esasperazioni patriottarde risorgimentali avevano potuto contribuire ad attizzare) Campanelli sa mediare con accortezza tra la serissima storiografia locale di un Cesare Rivera e le suggestioni prestigiose di Benedetto Croce per tirarsi fuori onorevolmente dalle asperità feudali dei Borrello tra il Sangro e il Trigno, ma poi anche cedere senz'altro a quelle suggestioni sia per quanto attiene alla giustificazione ruvidamente fiscale e politica anziché passionale del Vespro, sia soprattutto, grazie a una collabora­zione personale e sollecitazione diretta quando mai interes­sante, per il ritratto di Mariangela De Riso Baronessa di Carpinone e vedova Capece Piscicelli Duchessa di Capracotta, una dama di gran classe tra Ancien regime e restaurazione che sarebbe appunto piaciuta a Croce e che il Nostro rievoca con delicatezza e riserbo settecenteschi.

Sullo sfondo di quel ritratto, ovviamente, ed inevitabilmente, è la rivoluzione e Campanelli, laico e moderato, per non dire conservatore, da buon figlio ed erede del risorgimento, e notabile meridionale, se ha esercitato il suo sano scetticismo a proposito delle Primavere sacre immaginosamente evocate da Mommsen e della degenerazione enfatica a cui la demagogia ha sottoposto la torbida figura di Francesco Ferrante, non riesce a frenare l'invettiva, che già gli era traboccata irresisti­bile contro un'altra degenerazione di costume, quella plebea di un'esercizio della caccia un tempo nobilmente riservato a chi di dovere, o contro la strumentalizzazione superstiziosa che un "Mostro Sacro" del devozionismo napoletano, suor Orsola Benincasa, aveva compiuto della peste del 1656 contro i francesi e i bonaparte, apportatori all'Italia, ed in particolare al Mezzogiorno, di devastazioni che, si intende, si sarebbero ripetute a mille doppi con i piemontesi.

Se gli autori contemporanei a cui fa capo preferibilmente erano infatti Raffaele De Cesare e Giambattista Masciotta, non potevano che essere queste le conseguenze interpretative, miopi, settoriali, rivendicazioniste, e tuttavia caratteristiche di uno stato d'animo che, si noti, il fascismo non era riuscito minimamente ad incidere, nonché modificare, Michele Romano apparendo bensì tra gli autori del Nostro ma esclusivamente in grazia del suo studio giovanile su Cuoco, la cui primazia nel panorama culturale molisano rimane indiscussa.

E tuttavia, quanto è più di Cuoco, tra gli uomini che erano riusciti a trarre perfino da un Murat qualche cosa di duraturo fecondo per le disgraziate popolazioni meridionali, Campanelli ammira ed esalta i Fratelli Zurlo, senza rendersi conto di quanto e come fossero stati soltanto la rivoluzione ed i francesi a consentire la valorizzazione delle loro singolari capacità amministrative e politiche, che comunque il Nostro apprezza a dovere, con una concretezza ed una spregiudicatezza che purtroppo continua a mancare fino ai giorni nostri, e che va ben oltre, si capisce, la mancata intitolazione a Giuseppe ed a Biase del Collegio Convitto di Campobasso, Mario Pagano essendo venuto presumibilmente fuori da quella ingenua pro­spettiva di affratellamento e scambi tra le diverse regioni del giovane Regno d'Italia che Nicomede Bianchi manteneva indefettibilmente viva alla Segreteria Generale del Dicastero dell'Istruzione.

Opportunamente taciturno sulle disavventure di Tommaso Mosca nello scandalo romano del "Palazzaccio" (per lui illustre giurista e deputato non è altri che il compagno di passeggiata col quale si disserta sulla Libertas di Capracotta prima dell'infeudazione 1457 ad Andrea d'Evoli, o magari, e meglio, il protagonista della rivendica di promisquità per i boschi di Capracotta il cui merito, e il monumento, e la deputazione politica, sono stati a torto attribuiti - perché? - al fore­stiere Emanuele Gianturco) Campanelli rievoca con dovuto ri­guardo i suoi congiunti Nicola e prima di lui Stanislao e Giandomenico Falconi, ma si guarda bene dall'approfondirne la valutazione generica ambientale e politica, quella concordia discors, ad esempio, con Agnone che, dopo la luminosa eredità liberale e risorgimentale di Ippolito Amicarelli ed i burra­scosi trascorsi di Ruggero Bonghi (ma ne era venuta fuori la "scoperta" internazionale di Pietrabbondante) aveva impedito all'Atene del Sannio di interpretare in prima persona il proprio collegio parlamentare, subordinandosi alla montagna armentaria, Falconi e Mosca appunto, ma poi anche i Marracino di Vastogirardi, donde un probabile ulteriore impulso alla imponente precocissima emigrazione argentina.

Quest'ultima, in verità, investe anche Capracotta senza che il Nostro, se ne preoccupi più che tanto, una volta esaurita la carica polemica antisubalpina e l'appassionata rivendicazione, alla Fortunato della povertà naturale irrimediabile del mezzogiorno (il nome di Torquato di Tella attraversa queste pagine come una meteora).

Daltronde anche per quanto concerne i Falconi, se Campanelli non può fare a meno di rammentare le benemerenze di Giandomenico per la Chiesa Palatina di Altamura, gli sfugge la rilevanza artistica e culturale del rifacimento neo-gotico dell'interno sull'esempio napoletano del San Domenico Maggiore di Federico Travaglini, ma anche e soprattutto quella dell'arredo pittorico d'eccezione che il prelato capracottese volle coniugare a quel rifacimento e che, da Domenico Morelli a Francesco Netti, mette insieme quanto di più significativo potesse esprimere l'arte meridionale dell'epoca..

Non poche ombre dunque ed alquante manchevolezze nel "Classico di Luigi Campanelli e tuttavia, abbiamo detto, merita a pieno questa qualifica e l'opportunità della ristampa: le merita per lo spirito signorilmente e consapevolmente "paesano" che lo anima per le molte belle e solide letture di libri e docu­menti, per l'ampiezza esauriente dello sguardo che, senza eccessi di specializzazione, riesce a venire incontro a ben più che non una semplice esigenza di informazione; ma le me­rita soprattutto, direi, per l'assoluta indipendenza e ge­nuinità dell'ispirazione, un colto e distinto proprietario di provincia che dopo molti anni torna su nel suo lavoro di "dilettante", si informa, si documenta, lo scrive in forma chiara e conversevole, lo dedica al figlio caduto in guerra che sta come una sorta di testimonianza dolorosa in mezzo a quei trent'anni : qualche cosa di civilmente ed umanamente rispettabile, in altre parole; e non è poco.

L'Aquila, novembre 2006

Raffaele Colapietra