Originario di Capracotta il magistrato protagonista del romanzo "Afa" di Marco Rufini

Paolo Trotta ci ha segnalato la recensione del romanzo "Afa" di Marco Rufini (edizioni E/O) sull'ultimo numero di Tuttolibri , il supplemento culturale del quotidiano "La Stampa".

Il pezzo, a firma di Sergio Pent, recita:
"... in un romanzo passato del tutto inosservato, Afa di Marco Rufini. Una vicenda amara e dolente, impietosa ma anche votata alla speranza, quella che vede protagonista il magistrato settantenne in pensione Franco De Vita.
Il vecchio caso di matricidio perpetrato da Italo, figlio di un coatto romano e di una splendida etiope, Amina, diventa l'estrema ossessione, in una Rimini - e un' Italia - travolte da un'insolita ondata d'afa.
Franco è una sorta di Mister Sammler vedovo ma ancora interessato alle donne - e al cibo - e vede come un fallimento l'archiviazione di quel remoto caso in odore d'incesto, tanto da volerne recuperare le carte per cercare il mistero dentro a quel grande mistero che è la vita.
Tra il sudore di Rimini e le memorie familiari nel silenzio di Capracotta, l'odissea estiva dell'ex magistrato si incunea in una riflessione sui tempi e sui sentimenti, dando vita a un romanzo aspro e realistico, a tratti crudele, ma permeato di una sotterranea volontà di riscatto etico."

Cultore appassionato di tutto ciò che riguarda Capracotta, Paolo ha già comprato il libro ed ha cominciato a leggerlo: i riferimenti al nostro paese sono tanti, puntuali e precisi. Che l'autore abbia goduto del fresco delle nostre estati ? Nell'attesa che Paolo o altri lettori ci scrivano le loro "recensioni", eccone alcune tra quelle trovate sul sito dell'autore dove rimandiamo per ulteriori approfondimenti:

"Voce narrante di "Afa" è Franco Di Vito, magistrato in pensione originario di Capracotta, da tre anni residente a Marebello, nella casa ereditata dopo la morte della moglie Ernesta, donna solare e positiva, «una romagnola di mare aperti e ottimista tutta protesa al contatto umano». E sono proprio le donne le vere protagoniste del romanzo.
Oltre ad Ernesta, spiccano le figure della figlia Alessandra, trentenne precaria nel lavoro e negli affetti, Alice, vicina di casa apparentemente superficiale che man mano acquista una sua umanità. E poi c'è Amina, la giovane etiope bellissima e sofferente, protagonista di un caso giudiziario che ancora tormenta il vecchio giudice.
La storia di Amina, uccisa dal figlio con cui aveva un rapporto incestuoso, si snoda parallela con i ricordi di Franco Di Vito, abbandonato ancora piccolo dalla madre che se ne va di casa rifacendosi una famiglia con un altro uomo e altri figli. Un affetto ambivalente, quello del giudice, che odia la madre che l'ha lasciato solo ma al contempo se ne sente attratto con forza.
Una complessità che l'autore ritrova anche nella propria biografia.
«Ho perso mia' madre molto presto - svela Rufini -. Era una donna seducente e ingenua, mentre io ero pieno di malizia. L'amore materno è ambivalente, ti lega e insieme ti inibisce». Un amore che si percuote nei rapporti successivi con le donne. Rufini, nel suo sito, scrive ironicamente di essere stato "spesso colpito e affondato dalla femminilità" .
«Nella mia vita ho avuto grandi attrazioni - racconta - seguite da profonde insofferenze, momenti in cui mi sentivo soffocare».
Ma torniamo ad "Afa" e alla centralità dei personaggi femminili e dell'esperienza della maternità.
«Ho cercato di mostrarne i tanti aspetti - dice lo scrittore - la maternità negata, la difficoltà,molto contemporanea nel decidere se fare figli, l'aborto.
Poi la complessità d'ambiguità del'amore tra madre e figlio E, fin qui, siamo nella cosiddetta "normalità'; ma Rufini decide di fare un passo ulteriore.
«in un un romanzo di persone semplici come puo essere forte, quello dell'incesto. Volevo fare esplodere la maternità come nella tragedia greca, rendendo eccessivo e paradossale ciò che poteva essere contenuto»".

"Un fin troppo umano giudice in pensione, Franco Di Vito, si trasferisce a Rimini città natale della moglie, ma il destino vuole che lei di lì a poco muoia lasciandolo solo in una città che con la sua spensieratezza estiva sembra ricordargli a ogni momento i limiti della sua età e della sua solitudine. «Mi serviva qualcosa che contrastasse con la provenienza del mio personaggio che invece è nato a Capracotta, il paese più alto d'Italia», spiega l'autore che ha trascorso due mesi alla Biblioteca Gambalunga di Rimini documentandosi sulla cronaca locale attraverso il Corriere Romagna. «Volevo metterlo in una situazione per lui insopportabile, che esaspera ogni cosa».Unica compagna l'ossessione per un caso che gli si era presentato molti anni prima, un caso risolto per la giuria, ma non per il giovane giudice DiVito: «D'altronde l'assassino aveva confessato. Poche parole dette sottovoce, ben chiare, ben scelte, non equivoche. Una confessione pronunciata con educazione, quasi con senso civico: cittadino esemplare ed esemplare matricida».
Un dubbio che libera le parole:maternità, incesto, aborto, possessione; Rufini usa intelligentemente l'ironia per fa volare il lettore ben oltre le proprie paure e sospende ogni giudizio in cambio di un'accettazione della complessità dei rapporti umani come unica cura dell'alienazione. Se l'afa porta allo scoperto il magma interiore del protagonista è lo stesso caldo che, come nel laboratorio dell'alchimista, disgrega e crea nuovi rapporti tra gli elementi come quello che si crea tra Franco e la sua vicina Alice, giovane provinciale sprovveduta il cui unico credo sembra essere lo shopping firmato, o quello con i figli rimasti li Roma. «Volevo esplorare tutte le gradazioni del tema della maternità» racconta Rufini «e aggredire il mammismo di molti maschi adulti fotografato così bene nel vitellone felliniano, ma anche la maternità tardiva di molte donne di oggi e il conflitto dell'aborto». In un estate editoriale dove sembra che gli unici protagonisti siano la saggistica e il reportage, Afa ha il pregio non da poco di ricordare al lettore l'insostituibile vocazione del romanzo a spiegare il presente."